Viaggio in Canada e Usa
Era l’inizio dell’estate del 1996. Io avevo da poco finito il servizio militare, a causa del quale l’anno precedente avevo trascorso le mie vacanze in caserma, e quindi era arrivato finalmente il momento di recuperare il tempo perduto. Inoltre, avevo appena terminato gli esami della Scuola Aerospaziale per cui c’erano tutte le condizioni per fare un lungo e bellissimo viaggio. Insieme con Cesare avevamo deciso di andare nell’Ovest degli Stati Uniti e del Canada.
Per me si trattava di un ritorno in America dopo 5 anni: stavolta avevo la ferma intenzione di visitare tutto quello che nel viaggio precedente mi era sfuggito per mancanza di tempo e di esperienza.
Adesso infatti “sapevo” quale fosse il modo più idoneo per fare un viaggio negli Stati Uniti, e quindi avevo le idee molto chiare sull’itinerario da percorrere e i luoghi da visitare.
Ho trascorso praticamente tutto il mese di giugno a scegliere le tappe del percorso e verso la fine del mese eravamo pronti per prenotare l’aereo: oltre a me e Cesare avrebbero dovuto esserci i nostri fratelli piccoli, Stefano e Federico. Sennonchè, per ironia del destino, ambedue proprio in quei giorni avevano trovato lavoro e quindi non sarebbero potuti venire con noi.
Alla fine, dopo varie vicende, il gruppo si era accresciuto fino ad 8 persone. Saremmo partiti il 16 luglio io, Cesare e Francesca (detta Soracheppa) mentre una settimana dopo ci avrebbero raggiunto Gabriele, Lucia, Cecco, Barbara e l’altra Francesca.
Durante la prima settimana, dopo essere arrivati direttamente a Seattle, avremmo fatto un giro del British Columbia e l’isola di Vancouver poi, con gli altri, avremmo più o meno ridisceso la costa fino al Messico per poi risalire, fra i deserti dell’Arizona e dello Utah, fino a Las Vegas. da lì avremmo ripreso l’aereo per New York dove saremmo infine rimasti qualche giorno prima di tornare in Italia
Dunque, il 16 luglio 1996 io, Cesare e la Soracheppa siamo partiti alle 11.30 con il volo TWA da Roma per New York. Ci attendeva un lunghissimo viaggio perchè avremmo subito cambiato aereo con destinazione finale Seattle, dove prevedevamo di arrivare alle 21.00 locali: in tutto, considerando le 9 ore di fuso orario, avremmo viaggiato per circa 18 ore. Francesca era molto preoccupata perchè si sarebbe dovuta astenere dal fumo per ben 6 ore, il tempo del secondo volo: all’epoca negli Stati Uniti era già vietato fumare su tutti i voli nazionali.
Partire per l’America è sempre emozionante: il controllo speciale dei bagagli (erano oltretutto appena iniziate le famigerate olimpiadi di Atlanta), il terminal C dell’aeroporto di Fiumicino, l’attesa per il lungo volo sul vecchio 747 della TWA; in più per Cesare e Francesca era la prima volta oltreoceano.
A New York avevamo circa due ore di transito: tutto è andato per il verso giusto (abbiamo pure incontrato un nostro amico che si stava trasferendo proprio quel giorno a New York per tre mesi) e abbiamo cambiato aereo tranquillamente. Non sapevamo quanto fossimo in realtà stati fortunati, e lo avremmo scoperto in particolare la settimana dopo quando il resto del gruppo per raggiungere Seattle invece che 18 ore ce ne avrebbe messe 36….
Dopo un lungo volo sugli Stati Uniti, territorio pressochè pianeggiante, improvvisamente si è innalzata la catena delle Montagne Rocciose e, alla fine, è apparsa la collana di coni vulcanici che preannuncia la costa ovest e Seattle: il Mount Rainer, il Mount Baker e gli altri vulcani che dominano la città (allora) del “grunge” ci hanno fatto capire che eravamo finalmente arrivati. Siamo scesi dall’aereo esausti e, sotto un cielo plumbeo, abbiamo preso la navetta gratuita per il più vicino Motel6: dopo una sana dormita, il giorno dopo saremmo tornati all’aeroporto per affittare la macchina e partire così per la nostra grande avventura.
IL CANADA
Nella prima settimana del nostro viaggio avremmo puntato verso nord, visitando, dopo Seattle, il Canada occidentale: dopo approfondite elucubrazioni avevamo deciso di puntare più sulla costa che sui parchi delle Montagne Rocciose e quindi avremmo visto la città di Vancouver e l’omonima isola. Abbiamo perciò affittato una macchina alla Thrifty, all’aeroporto di Seattle, prenotato altre due macchine per la settimana successiva (per quando sarebbero arrivati gli altri) e siamo partiti….
LA COSTA NORD-OVEST
Una volta arrivati a Port Angeles, poco dopo mezzogiorno e con un caldo incredibile, siamo subito andati nel parco nazionale Olympic, che avremmo visitato nel pomeriggio prima di andare all’appuntamento con il resto del gruppo all’aeroporto di Seattle. Qui avremmo riconsegnato la macchina e ne avremmo prese due con le quali avremmo proseguito il nostro viaggio fino a Las Vegas. Dopo aver accolto quattro degli altri nostri amici (il quinto, Cecco, sarebbe arrivato il giorno ancora dopo), spossati da 36 ore di viaggio visto che erano stati cancellati tutti i voli della TWA a seguito di un incidente aereo, ci siamo di nuovo divisi in modo che loro potessero visitare con calma Seattle e noi tre potessimo andare a vedere la zona costiera del parco di Olympic. Ci saremmo rivisti la sera successiva al Motel6 di Kelso: nel frattempo così loro avrebbero anche aspettato Cecco. In un’epoca in cui ancora non esistevano i telefonini, perlomeno all’estero, era una tattica molto rischiosa: se ci fossimo persi il primo appuntamento sarebbero stati guai. Ma per fortuna, tutto è andato liscio……
LA COSTA SUD-OVEST
La terza parte del viaggio ci avrebbe visto visitare San Francisco, dove saremmo rimasti tre giorni e poi scendere lungo la costa fino ad arrivare a San Diego e Tijuana, in Messico, per poi inoltrarci nel deserto verso Yuma, in Arizona. Avremmo visitato così, nelle nostre intenzioni, oltre alla bellissima San Francisco, tutta la famosa costa che arriva fino a Los Angeles e saremmo anche “espatriati” in Messico per qualche chilometro.
ARIZONA E UTAH
Questa è stata la parte più “classica” di un viaggio nel Far West: cactus, deserto, canyon gialli e rossi, rocce, pinnacoli e riserve indiane.
Abbiamo attraversato da sud a nord l’Arizona e metà dello Utah, andando a toccare una serie incredibile di meraviglie naturali, dalla terra dei cactus “Organ Pipe” presso il confine con il Messico alla Petrified Forest, dal Canyon de Chelly e le sue rovine Anasazi ai parchi di Arches e canyonlands con le loro incredibili formazioni rocciose, dal sorvolo del Grand Canyon fino ad arrivare al favoloso Bryce Canyon dallo straordinario contrasto di colori e infine arrivare nella caotica Las Vegas, la città sorta dal nulla in mezzo all’altopiano del Nevada.
Il tutto sempre sotto un sole cocente e un cielo azzurro e immenso. Alla fine, calcolando anche la parte canadese, avremmo percorso più di 10 mila chilometri in paesaggi sempre differenti ed emozionanti, prima di ripartire per la costa orientale e New York.
ORGAN PIPE NATIONAL MONUMENT
Dopo aver attraversato un deserto giallo e rovente, arrivati nella località di Gila Bend nei pressi del deserto di Sonora abbiamo svoltato a destra e percorso miglia e miglia desolate verso il Messico, costellate da sempre più frequenti piante di cactus, sempre più alte. Alla fine siamo arrivati all’Organ Pipe national Monument, che prende il nome proprio da questo tipo di cactus che ricorda le canne d’organo e che può raggiungere i 6 metri di altezza.
NEW YORK
L’ultima tappa del nostro viaggio dunque è stata New York, che abbiamo raggiunto dopo aver fatto scalo a Saint Louis. Lì Cesare è riuscito nella non trascurabile impresa di farsi rubare nuovamente il portafoglio, ma ormai si era talmente abituato che il fatto non gli ha impedito di godersi una città che a me, che ci tornavo per la seconda volta, ha fatto la solita brutta impressione: caotica, grande, inospitale, a tratti ostile, nonostante il clima stavolta, rispetto a 5 anni prima, fosse decisamente migliore.
Avevamo trovato (telefonando da San Francisco) un ottimo albergo intorno alla 34a strada, quindi in buona posizione: costava anche relativamente poco perchè lo avevano appena restaurato e riaperto da non molto.
Visitare la città in 8 persone è stato naturalmente più semplice rispetto a dover seguire un itinerario obbligato per cui, alla fine ci siamo sentiti tutti molto liberi di fare un pò quello che ci pareva: io sono salito nuovamente sulle torri del World Trade Center (mai mi sarei potuto aspettare che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei fatto, purtroppo), Cesare si è esaltato per l’architettura, la Soracheppa ha investito ingenti capitali per fare regali alla nipotina, Lucia e Gabriele sono tornati al Metropolitan Museum, eccetera.
Insomma, abbiamo passato gli ultimi tre giorni della nostra meravigliosa vacanza senza l’assillo di orari o appuntamenti, se non quello, naturalmente imprescindibile, della cena, che a New York, come noto, può essere un grosso problema, visti i prezzi esorbitanti e la scarsa qualità del cibo dei posti economici.
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Questo articolo è stato scritto da: Il Decano
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